viernes, 19 de febrero de 2010

Scivolacqua






















Livore acceso
pulizia di sentire fluido

acqua limpida
lungamente sospesa
rivola nelle ruote veloci

ci fermiamo per non vederci
ci allontaniamo per sentirci

goccia caduca nella mia testa
rimbalza in alto

mi sospendo
non decido

evaporo sulle mie ceneri
fenice risorta oggi e ancora

bianca sorte della luce
dipana il filo spinato
dei miei pensieri.

risoluto scivolo

martes, 15 de diciembre de 2009

Amianto


Amianto sterile di parole
punge le chiavi d'appoggio

della mia vita


Respiro di male
Resisto indocile


A
gguanto brani di emozioni

nascoste dal pulviscolo di
lettere spezzate dalla paura


L
evo lo sguardo

punti d'infinita solitudi
ne
allargano l'orizzonte

domingo, 31 de mayo de 2009

per un'esperienza veramente terrena





Pentecoste 2009

PIUS CREDULITATIS AFFECTUS

“dolcezza nel credere che ci fa percepire le “cose spirituali” come reali


Mi colpisce questa affermazione perché la percepisco come cosa “interessante per me e per la mia vita.

Da qualche parte in me questo afflato resiste ai grigiori e ai cambiamenti, alla poca canonica vita religiosa tradizionale.

Ma subito vorrei che qualcosa aiutasse me, aiutasse il genere umano affinché questa distinzione secca tra cose spirituali e del mondo scemasse, perché cielo e terra sono in effetti un'unica realtà.

Questo è il REALE, non voglio (desidero?) percepire come separata l'esistenza mondana da quella spirituale. È una questione di profondità né verticale né orizzontali. Ha a che fare con la pienezza della GIOIA. Non dobbiamo avere bisogno di altezza nominalistiche (“questo è lo Spirito”) per dare valore alle cose o screditarle.

Esse sono; in sé, per sé e in relazione tra loro.

È il contatto con questa Unità che fa della dolcezza del credere un sentimento di GIOIA profonda.

Se non sono in contatto non son né spirituale né mondano, non partecipo all'Essere in sé, faccio l'esperienza della separazione (dìa-ballo) e quindi apro le porte al male.

Infatti le strade per la percezione e il vivere in sé , per sé interrelazionatointerrelazionato possono essere molte, e non tutte possono essere all'occhio umano secolarizzato definite “celesti”, “spirituali”.

Recentemente ho trascorso una settimana di formazione a Trento e a Sasso Marconi; ho fatto un “bagno” nella Gente e nel _Nuovo. Queste dimensioni mi hanno fatto sentire Presente a me e agli altri. Non è stata una pratica ascetica o celeste dir ci voglia. Banalmente (ma non lo è in sé) è stata un'esperienza Umana di Umanità, nell'Umanità e per l'Umanità.

Questa dossologia di sapore liturgico è un ottimo indicatore delle cose “celesti” (canonicamente intese) ma è al contempo una profondità (Umana) del sé senziente.

Da-sein, esser-ci.

Vorrei specificare che questa unità mistica non credo abbia a che fare con il desiderio nirvanico del Nulla.

Direi piuttosto che è una qualità della VITA PIENA.

Non piena di cose, di esperienze, di persone (questo è un processo di reificazione da distinguere da quello che cristianamente chiameremmo Incarnazione) ma piena perché sto nel posto in cui sono con quello che sono in quel momento.

Scolasticamente diremmo che siamo nella Sostanza con una certa indifferenza degli Accidenti.

È evidente che il Vuoto crea paure lontane ed antiche. Tanto che l'attrazione verso il vuoto viene dato nella sintomatologia di chi soffre di vertigini.

È un'attrazione “terribile” perché fa perdere.

Però al contempo è proprio l'esperienza del perdersi che avvicina alle esperienze più forti di Amore.

Non si tratta di un lavoro meticoloso di cesellatura dove le imperfezioni vengono levate verso la perfezione.

Questo processo prevede un'orizzontalità diacronica di sviluppo, tanto cara all'occidente progressista. Io credo che il vuoto invece preveda dei “salti”.

Nella amniotica placenta dell'esperienza della vita ondeggiamo in diverse direzioni e il cadere nel vuoto con l'incredibile esperienza del perdersi può essere il preludio generativo della Vita.

È un vuoto anticamera di maggiore Libertà, di nuove indipendenza. E questo può avvenire nella temporalità lineare, ma ci sono eventi puntuali che richiamano la necessità di questo vuoto generativo.

Penso che l'ipertrofia della visione cristianocentrica (non Cristocentrica) abbia mutato la pre-credenza della Resurrezione (già i Farisei in contrasto son i Sadducei la affermavano in un tentativo annichilente di coprire l'emblema mitico del Vuoto: la Morte.

Per cui la fine dell'esistenza terrena diventava un'insopportabile contraddizione che trovava un completo disvelamento nell'esistenza di un'ultra-terrenità eterna.

E di nuovo Terra e Cielo dove questi rischia di valere di più, legittimando condizioni inumane della vita terrena per un bene superiore. Ma il Gesù risorto è il Gesù che camminava in Galilea, è Gesù in sé, prima e dopo, mettendosi a cucinare pesce sulle rive del lago per gli increduli apostoli, santificando così la quotidianità terrica.

Questo mi farebbe parlare quindi di un altro senso della Risurrezione e della Vita Eterna. Fondamento dell'Esistenza in sé , per sé e per gli altri...non accidenti della Vita celeste Ultra-Terra post-mortem.

La domanda che mi pongo e che vorrei cominciare a porre sempre più è : quali e quante esperienze di morte ho fatto nella mia vita?

Molte micro-morti. Le esperienze dei fallimenti, delle relazioni che si chiudono, dei mancati legami familiari, dei tradimenti...

si sosta nel Vuoto con la Paura che da lì non usciremo MAI.

Quindi...poi: quante e quali esperienze di resurrezione ho vissuto?

Ogni volta che quel vuoto non è stato per Sempre.

Rimane la Morte con evento considerato “finale” (forse finalizzante sarebbe più corretto) dell'esistenza (terrica). Senza questo limite naturale nulla sarebbe percepito come dotato di senso. Tutto sarebbe bistrattamente equivalente.

Porre termine a una vita è terribilmente tragico non tanto per la quota di dolore che comporta a chi la subisce, ma per la perdita del limite naturale che da senso all'esistenza (le donne che non riescono più a rielaborare aborti perdono la bussola del proprio esistere, non è solo “senso di colpa”).

Si potrebbe affermare per assurdo che amiamo perché sappiamo che possiamo uccidere ed essere uccisi.

Da qui la entropica ricerca dell'Amore Idealizzato capace di andare oltre la Morte; ma spesso questo processo eidetico porta Oltre, nel senso di lontano( non Ulteriore) dalla Vita, creando così l'anticamera di una morte terrena prima di quella terrica.

Si ammazza, ci si toglie la Vita per Amore. L'Amore può non bastare, forse dovremmo scendere da alcune supponenze metafisiche e realizzare un atterraggio nel Principio di Realtà per ottenere un sano “disincanto” dell'esistenza.

Spesso siamo Zombie, morti che camminano che non sanno di essere morti.

Allora la Vita Eterna è l'accidente totalizzante della Vita Piena in sé, per sé e per gli altri.

Facciamo esperienza di Vita Eterna quando non conduciamo più la distinzione sull'orlo del vuoto come se fosse un baratro senza fine, ma quando respirando continuiamo a creare vuoti e pieni nell'unica condizione possibile di Vita: quella terrena.

Di nuovo Cielo e Terra si incontrano (ma non si erano mai congedati, è il nostro giudizio a distaccarli per giustificarci cognitivamente la nostra fatica di percepirli uniti) in momenti puntuali che da soli giustificano [non di redenzione ma di resa di giustizia] la pienezza della Vita.

Così non si ha più paura della morte terrica pperché si è scorto che è di gran lunga più terribile quella terrena....



Tradate, venerdì 29 maggio 2009

domingo, 19 de octubre de 2008

Occhi Dentro


Posso guardarti
Riconoscere le luci ke ti hanno acceso
disegnare i tuoi contorni unendo i punti
della tua esistenza.

Termino il disegno sconosciuto
di un compito di cui mi spossesso volentieri


D'un tratto cado, vuoto tremante
dolori rumoreggiano sulle ceneri
odoranti di un edificio crollato.

INTERMEZZO


Pulisco cocci e brani d'ossa divelte
per respirare dunque le polveri allergiche
di un mondo ke non ho mai conosciuto

SECONDO TEMPO


Un ronzio di figure affollano il riposo forzato
dei giorni sgravati dai segreti
dalle abitudini forzate del nulla ostacolante
mi richiamano alle emozioni da dimenticare,
a quelle da cullare per non fuggire davanti a te.

I compiti annotati sulla lavagna svaporano
sulle impronte delle mie mani sicure
Nuovi tracciati attendono il nero retro

non ho fretta

solo un'impaziente bussola
ondeggia nel piatto della vita

Guarda la direzione
orienta lo sguardo,

appannano lacrime nuove
le spalle del mio destino.

domingo, 17 de agosto de 2008

SOLOMBRA


Mi aspetta, non ha fretta.
sa che tornerò sempre lì, non le posso sfuggire.

Una goccia di catrame sperticante che
rivola nell'esofago dell'esistenza
condensa evapora e si raggruma appena mi fermo.

Non ho bisogno di cercarla,
mi trova sempre e mi lascia l'illusione di averla abbandonata
affinchè
lo scorno dell'incontro sia più grave.


Appeso di nuovo rovino tutto sul ciglio del dirupo


Devo correre prima di cadere
ma più corro e più s'affretta l'affanno

più cerco e meno ti trovo.

Compagna flebile e diafana
tanto quanto più ti considero irreale
tanto più t'incarni nei minuti pesanti lunghissimi della mia giornata.

Mi alzo e chiamo un nome
i tuoi contorni sfumano e il tuo veleno diventa più potente.

Ti ho dentro, sono tuo, non scappo

resisto

domingo, 16 de marzo de 2008

Ancora


ho pulito un pezzo scuro
di cui ero fumosamente certo
ho lucidato membra pericolosamente scarne
trovo le ossa del normale conosciuto perigrinare

levo uno sguardo abbasso un dolcevole sussurro
in un giro di onde sonore
riecheggia un arresto di sudore freddo

palpita e torna a ridestarmi dall'illusione
lieve e veemente mi incarna uno schermo pieghevole
su cui faccio trasandare le foto di me e altri
in una moviola conosciuta

palesemente s'adombra, noto al cuore
tremestio d'onde consce e note

allago con il pensiero questo mare e
ridesto la vela della giornata con un drappo arancione

casco sul dorso della mano che mi raccoglie e dormo
in attesa ancora.

jueves, 7 de febrero de 2008

Svanire...


Per la fine del tempo
ho pensato a lungo a un sordido addio
ho trovato un festoso brivido ronzio
di cui non odo gioia ma lutto sento

volo di foglia in luce senza sosta
dal ciglio della strada non esco

se non per un coito lesto
riposo all'ombra di una morta posta

decido lucido divaricando la mente
mi trovo spiazzato dalla spazzatura del mio cuore
in un giro di biro che trasuda timore
elencando fallimenti d'un nullatenente

morto flaccido ma sempre vivo
gaudio di un podio effimero
mi trovo imperticato in un polimero
di confusioni dove di giorno non scrivo

se non per allargare la forbice tra me e la vita felice